Gli oggetti ci possiedono?

Molti di noi, con fatica, hanno costruito una stabilità: un lavoro, l’accesso al credito, la possibilità di acquistare oggetti che danno sicurezza e riconoscimento sociale.

È qualcosa di importante.

Ma tutto questo ha un prezzo.
Spesso finiamo per lavorare per mantenere ciò che possediamo. L’auto che ci porta al lavoro, in realtà, la paghiamo proprio lavorando. Mutui e rate ci legano, irrigidendo le nostre vite e rendendo più difficile cambiare, ridurre, immaginare uno stile diverso.

In questo scambio, il tempo — il nostro bene più prezioso — viene ceduto a cose che promettono identità e valore, ma non possono davvero darli. L’idea stessa di perderle genera ansia, come se da esse dipendesse ciò che siamo.

Le tradizioni spirituali lo ricordano da sempre: la pratica richiede leggerezza e duttilità. In meditazione possiamo raggiungere uno stato di consapevolezza senza sforzo, flessibile come l’acqua, che si adatta a ogni forma senza perdere la sua forza.

I beni materiali, invece, tendono a renderci statici, possessivi, preoccupati.

Per questo, poco a poco, diventa necessario alleggerire. Lasciare andare l’abitudine all’accumulo, il desiderio continuo di avere “qualcosa in più”: oggetti che promettono felicità ma spesso ci lasciano vuoti.

Avere meno — l’indispensabile, e forse poco più — può restituirci libertà, freschezza e la possibilità di vivere questa vita con maggiore profondità.

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