A volte l’esperienza dell’“altro” mi risulta faticosa.
Risentire l’agitazione altrui e la mia, le troppe parole, le conversazioni disordinate, la fretta, la mancanza di ascolto. A volte stare insieme diventa solo un altro modo di riempire il vuoto e il silenzio, facendo “confusione in compagnia”. Si chiede all’altro di essere il diversivo che ci distoglie da noi stessi e dalle nostre paure. E l’avvicinarsi può farsi impetuoso, intenso, persino violento, perché non si accettano le differenze, perché si ritiene naturale imporre un punto di vista, perché il giudizio è un’abitudine ricorrente. Si rischia allora di uscirne feriti, privati della calma, inadeguati.
Di segno opposto è il modo di stare insieme nei ritiri zen, che mi è profondamente congeniale. Lo definirei: stare con se stessi insieme agli altri. Nei ritiri si sperimenta il silenzio, l’inattività, la sospensione, il vuoto. Ma lo si fa insieme. Ci si guarda di continuo, perché l’esercizio di consapevolezza prevede di sentire se stessi e, al contempo, di tendere all’unità con gli altri. Si pratica insieme, si mangia insieme, ci si muove e si riposa insieme. Eppure non si parla. Si ha cura di non disturbare l’altro: non si fa rumore mentre si mangia, durante lo zazen, o quando ci si ritira a riposare. Il rispetto della pratica altrui è parte integrante della propria.
L’esperienza del ritiro resta circoscritta a quel tempo e a quel luogo, ma porta un insegnamento che va oltre. Insegna che l’incontro con l’altro è innanzitutto ascolto, riconoscimento dello spazio, osservazione, pazienza. Solo così si può percorrere un tratto di strada insieme.
Tra le pagine di La pazienza del nulla di Arturo Paoli ho trovato un racconto che esprime con grazia questa domanda: cosa significa avvicinarsi all’altro? Quali sono le regole per superare la soglia di uno spazio individuale e trasformarlo, per un po’, in un’esperienza di prossimità felice?
Racconta Paoli:
«Ogni anno eravamo soliti fare un lungo pellegrinaggio nel deserto, per ritrovare, sulle orme di fratel Carlo, la sua ispirazione di infinito. Il tragitto era di circa seicento chilometri. Andavamo in carovana, guidati da nomadi esperti, con una truppa di cammelli che portavano tende, vettovaglie e acqua.
Ogni mattina, immancabilmente, un cammello fuggiva, sottraendosi al lavoro quotidiano. Ci avevano avvisato di non rincorrerlo, di non gridare, ma di lasciarlo andare, come un turista che si separa dal gruppo per vivere una giornata libera da programmi. Dopo mezzogiorno, all’orizzonte compariva un punto che si avvicinava: il fuggitivo tornava. Quando era ormai vicino, un arabo si accostava a lui dolcemente, senza grida né recriminazioni, camminando al suo fianco e cantando sommessamente, fino all’arrivo della tappa. Il giorno dopo, quel cammello era il primo a offrire il suo dorso, e un altro prendeva il suo posto nella fuga.
Così l’arabo mi offriva un modello di comportamento: avvicinarsi senza protestare, senza gridare, camminare nella prossimità.
Lì comincia l’esperienza dell’Altro.»
