Alcune riflessioni dalla quarantena – Inizio aprile 2020
Stiamo vivendo un momento storico difficile, tragico. Un tempo che ci segnerà.
Una parte di noi è in prima linea contro la malattia, con il timore di non esserci più. La maggioranza è chiusa in casa, a fare i conti con la paura, con la distanza dalle persone care e con un tempo inattivo e silenzioso, quasi sconosciuto. C’è chi lavora da remoto e chi non lavora affatto, senza sapere quando potrà ricominciare. Si muore soli in ospedale e non è possibile celebrare i funerali dei propri cari.
Il mito del controllo, del pianificato, del prevedibile si è dissolto: ci troviamo a fare i conti con l’impermanenza.
Ho letto che l’ideogramma giapponese della parola crisi unisce due termini: problema e opportunità. Se il problema è evidente, l’opportunità va cercata.
La prima è sotto i nostri occhi: abbiamo liberato il mondo, per un momento, dal nostro rumore. I cieli sono più limpidi, l’inquinamento si riduce. Gli animali tornano ad abitare spazi che avevamo occupato: delfini nei porti, lepri nei parchi, uccelli tra le auto ferme.
È la prima opportunità: fare spazio.
Spostarsi dal centro della scena e guardare con gli occhi degli altri esseri viventi, o della terra stessa. Quando tutto questo finirà, dovremo ripensare — ancora una volta — ai nostri stili di vita. Possediamo troppo, desideriamo di più, corriamo senza tregua.
La seconda opportunità è l’arresto.
Dopo anni di corsa, siamo fermi. Non lo avevamo previsto, eppure è accaduto. Ci vengono offerti tempo e silenzio.
È un’occasione per affacciarci sul nostro mondo interiore, per porci domande meno superficiali. Mentre molti combattono negli ospedali, io mi chiedo: qual è il mio contributo al mondo? A che punto sono nel mio cammino?
In questi giorni mi accompagna un piccolo libro di Arturo Paoli, La pazienza del nulla. Nel deserto, scrive, non c’è nulla da scegliere: accade solo il tempo. Il deserto spoglia, lascia nudi. Per restare, serve accettare.
Chi cerca significati incontra il nulla.
Chi vuole fare, trova il vuoto.
Chi vuole capire, incontra il mistero.
Eppure proprio lì può nascere qualcosa di essenziale.
Dal mio zazen quotidiano nascono altre riflessioni. Il distanziamento non mi è estraneo, eppure sento un legame profondo con l’umanità. È come un flusso silenzioso: ognuno sulla propria barca, ma uniti dalla stessa sorte.
È un tempo in cui dobbiamo accettare di non capire. Consegnarci al vuoto, a una precarietà che ci riporta vicino alla vita.
Serve fiducia.
Un affidarsi.
Azione e parola nasceranno dopo il silenzio.
Quando ripartiremo, servirà il meglio di noi.
Dobbiamo iniziare a coltivarlo adesso

